L'esperienza sul campo della nostra team member Mavi

Sbarcata a Makeni da neanche un paio d’ore, vengo subito indirizzata
alla Clubhouse, il ristorante che devolve tutti i profitti ai progetti
di beneficenza di Street Child. Incontro Papay che ne è il titolare e
che mi racconta di quanto il locale sia pieno durante la settimana
della Sierra Leone Marathon, facendomi sognare ad occhi aperti
l’atmosfera che si respira in quei giorni. Sui muri leggo frasi
motivazionali e noto uno spazio dedicato alla raccolta fondi dei
partecipanti alla Sierra Leone Marathon, mi immagino già il locale
pieno, il clima festoso, le grida e gli applausi per le somme raccolte
dai corridori.

Alla Clubhouse non si mangia mai soli: i tavoli sono sempre uniti e
ogni sera si fa amicizia con persone diverse, siano esse del posto o
stranieri che lavorano per le varie ONG e aziende di Makeni. Non
appena si nomina la Sierra Leone Marathon, pare che tutti siano
d’accordo: “E’ la settimana più bella dell’anno!”, “La città si
riempie, ogni giorno è una festa”, “Vedrai, non potrai che adorare la
SLM”. Sembra proprio che si tratti dell’evento più importante
dell’anno a Makeni, tanto entusiasmo mi coinvolge e allo stesso tempo
mi spaventa dal momento che farò parte del team che si occupa
dell’organizzazione della settima edizione.

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Un paio di settimane dopo il mio arrivo in Sierra Leone e un paio di visite ai progetti, raggiungo finalmente il team di organizzazione della settima edizione della Sierra Leone Marathon, dovrò occuparmi principalmente delle iscrizioni, degli sponsor e della promozione a livello locale. La mole di lavoro sembra immensa, sono soprattutto colpita dal fatto che l’evento sia organizzato ogni anno da un team diverso di volontari che, accompagnati da un membro dello staff locale e un responsabile dell’ufficio di Londra, riescono a mettere insieme un evento sportivo, festivo, significativo per ciascuno dei partecipanti e allo stesso tempo decisivo per la vita di centinaia di bambini che altrimenti non avrebbero alcun accesso all’istruzione.

I mezzi che abbiamo a disposizione per lavorare sono semplici, proprio come la vita a Makeni: il nostro ufficio è il muro esterno della residenza in cui stiamo e a cui abbiamo appeso una linea del tempo e altri documenti importanti. L’accesso a internet è limitato e anche l’invio di semplici mail a volte è una sfida. È spesso necessario
essere creativi e trovare nuovi modi per raggirare i piccoli problemi di tutti i giorni. Proprio l’altro giorno eravamo in onda su una radio locale e durante l’intervista un black-out ha colpito la città e ci ha costretti a porre fine al nostro intervento promozionale. Lavorare in queste condizioni può sembrare frustrante, ma è invece altamente stimolante e formativo. Penso che i corridori apprezzeranno la componente “avventura” che caratterizza la Sierra Leone Marathon: non
solo il tracciato è particolarmente impegnativo, ma il dover rinunciare ad alcuni piccoli comfort che ormai sono diventati parte integrante della nostra vita di occidentali scolpirà nella loro memoria questa esperienza per sempre.

Nonostante le difficoltà, l’organizzazione della maratona procede a gonfie vele: ogni mattina qualche membro del team percorre il tracciato della 5k o della 10k indossando una maglietta promozionale, la città è tappezzata di poster e siamo pronti per il lancio ufficiale nella capitale Freetown. L’evento suscita un grande interesse nei media locali che ci invitano continuamente a partecipare a vari programmi radiofonici e un canale nazionale ci ha proposto di effettuare un reportage live. Anche le conversazioni con i potenziali sponsor stanno andando bene, sembra che la Sierra Leone intera voglia partecipare alla maratona.

Il supporto dello staff locale è essenziale per la buona riuscita dell’evento: senza di loro le visite ai progetti sarebbero impossibili. Infatti, una gran parte dell’esperienza compresa nel pacchetto “Sierra Leone Marathon” è costituita proprio dalle visite ai progetti che permettono ai corridori di vedere come il denaro raccolto
viene speso da Street Child. Io stessa sono rimasta estremamente colpita dal lavoro di Street Child nelle scuole locali: le storie dei bambini coinvolti sono strazianti e spesso legate all’Ebola che si è portata via migliaia di persone lasciando un sacco di orfani per strada o comunque in situazioni di forte disagio e povertà. In quanto
proveniente da un paese come l’Italia in cui queste situazioni estreme sono del tutto assenti, discutere con i bambini che beneficiano dei progetti di Street Child mi ha decisamente aiutata a mettere in prospettiva i miei problemi e ad essere più riconoscente. Può sembrare paradossale, ma una donazione di neanche 10 euro, equivalente magari a un pasto in una catena di fast-food, può totalmente cambiare la vita di un bambino talmente povero da non potersi permettere il materiale
scolastico richiesto per seguire le lezioni.

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Se desiderate partire per un'esperienza di volontariato con Street Child o per maggiori informazioni riguardo il nostro Programma di Volontariato Internazionale, visitate la nostra pagina qui

 
Marcello Viola